Notte del classico

Coloro che sognano di giorno  sanno molte cose

che sfuggono a chi sogna soltanto di notte

(E. A Poe)

E’ davvero significativo che quest’anno la Notte del classico si sia svolta in pieno giorno, sotto la luce calda e rassicurante di una limpida giornata di tarda primavera.

In una delle sue ultime interviste, nel 1936, Pirandello cita Nietzsche, laddove sosteneva che i Greci hanno eretto bianche statue contro il nero abisso per nasconderlo, per precisare che lui, invece, aveva in animo di scrollare quel buio, per sollevarlo. La durissima esperienza che abbiamo vissuto ha scrollato i nostri Lanternoni, precipitandoci in quel nero abisso: esattamente come prefigurava lo stesso Pirandello nel celebre e profetico passo in cui immagina che si spengano per un’improvvisa ventata i nostri lanternini, i lumicini con i quali ci illudiamo di sapere e di conoscere, ma anche i lanternoni, quelli delle idee e delle luci-guida: Bellezza, Verità, Umanità, Onore. Siamo rimasti anche noi, come immagina Pirandello, completamente al buio, in una desolante solitudine. La “fiera ventata” ci ha lasciato in quello stesso buio in cui si immerge il teatro quando, prima di iniziare lo spettacolo, le luci si spengono facendo smarrire allo spettatore le proprie certezze e distaccandolo, seppur per poco tempo, dagli schemi della vita.

Il 28 maggio, però, lo spettacolo ha avuto inizio, alla luce e nel presente.

E’ giunto il momento di coniugare i verbi al presente; ad oggi, è una scelta pusillanime, anzi una non scelta, la speranza; il verbo più inflazionato, dal quale prendere le distanze (il Recanatese ci insegna che le parole, non meno degli oggetti, si logorano con l’uso) è “auspico” (peraltro spesso impiegato in modo improprio, in quanto etimologicamente riconducibile alla sfera religiosa degli auspici, e non di rado anche costruito impropriamente!). Spero, mi auguro auspico: sono verbi che evocano la passività, l’attesa di un accadimento. Ma il futuro come promessa ha ormai lasciato il posto al futuro come imprevedibilità e questo è altamente destabilizzante, anzi spesso finisce per retroagire pericolosamente, soprattutto nei giovani, come demotivazione. La sapienza greca consente invece di smontare questo approccio al futuro e offrirsi come valido strumento per contenerne il contraccolpo. La civiltà greca, infatti, guardava al futuro come illusione, pigrizia mentale (solitamente ad elpides si associa tuflas).

Dopo quattordici mesi di lanternoni spenti, in cui l’alfabeto informatico, pur indispensabile e prezioso, ha pervaso la nostra esistenza, spesso ponendosi in tensione agonistica con l’intelligenza emotiva e rischiando la deriva di una riduzione linguistica, riappropriarsi della parola nella sua funzione mitopoietica costituisce un’imprescindibile esigenza.

Anche per questa ragione è significativo che la Notte del classico, quest’anno, si sia espressa attraverso l’arte drammaturgica. Il teatro è il luogo in cui la parola diviene ascolto, visione ed emozione catartica. E’ il luogo in cui le parole si fanno pensiero, forti del loro potere fattuale, poiché esse non costituiscono solo uno strumento per esprimere il pensiero, ma ci permettono di pensare, tant’è che possiamo pensare limitatamente alle parole che possediamo e, laddove la parola manca, non c’è pensiero. Non a caso i Greci in centocinquant’anni anni hanno inventato tutto, avendo le parole per farlo.

Per soccorrere i nostri giovani nel corso dell’ultimo anno ci siamo attrezzati di strumenti elettronici, li abbiamo affidati ad esperti in psicologia. Tutti strumenti più che validi. Forse, però, la soluzione più naturale era quella dietro l’angolo, la più scontata, quella di cui la scuola dovrebbe essere depositaria e custode, con religiosa devozione: la cultura. Le parole generano il pensiero, definiscono le emozioni, la letteratura offre loro una mappa di tutti i sentimenti, e delle modalità per uscire da quelli tragici. Il dolore è un errore della mente, affermava Eschilo: se sai poco, hai pochi strumenti per salvarti da solo, ricorda U. Galimberti. Spesso, anzi, non sai neppure dare un volto e un nome al tuo dolore; non sai di che cosa soffri, e se la testa è vuota, il dolore è devastante, poiché trova uno spazio sconfinato da occupare. Già prima della pandemia si palesava lo spettro delle “passioni tristi” (M. Benasayag, G. Schmit, “L’epoca delle passioni tristi”), generata da un senso pervasivo di impotenza e incertezza che portava a rinchiudersi in se stessi, a vivere il mondo come una minaccia. L’impatto della pandemia è intervenuto in forma dirompente, tanto più in quei casi in cui si era radicata la pseudocultura della libertà come dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri, in un imperante utilitarismo. Per uscire da questo vicolo cieco occorre riscoprire la gioia del fare (non casualmente drama è corradicale di del verbo che in Greco significa “fare”) disinteressato, dell'utilità dell'inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati. Si tratta di una proposta terapeutica in grado di rispondere al disagio giovanile: la prima grande medicina doloris è e deve essere, quindi, la cultura.

Godi se il vento ch’ entra nel pomario

vi rimena l’ondata della vita:

qui dove affonda un morto

viluppo di memorie,

orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,

ma il commuoversi dell’eterno grembo;

vedi che si trasforma questo lembo

di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall’ erto muro.

Se procedi t’ imbatti

tu forse nel fantasma che ti salva:

si compongono qui le storie, gli atti

scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete

che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l’ ho pregato, – ora la sete

mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

E. Montale, “In limine”

Che la Notte (del classico) possa costituire per tutti l’alba del nuovo giorno, in cui noi adulti sappiamo disporci alla parola e all’ascolto dei nostri ragazzi; parlare con loro, ascoltarli e indicare il varco, quindi osservarli, mentre si avviano, con passo sicuro, verso l’incerto.

Prof.ssa Patrizia Fava