LETTERA APERTA SULLA VIOLENZA

Alla comunità scolastica, alle studentesse e agli studenti, alle famiglie, ai docenti e al personale tutto,

negli ultimi tempi siamo stati attraversati da episodi che non possono lasciarci indifferenti. Violenza pensata, violenza improvvisa, violenza verbale e fisica. Episodi diversi tra loro, ma uniti da un filo comune: qualcuno ha sofferto, qualcuno ha fatto del male, e troppo spesso altri hanno visto — o avrebbero potuto vedere — senza intervenire.

Non possiamo limitarci a indignarci per ciò che accade “fuori” o altrove. Quello che succede intorno a noi ci riguarda, perché la scuola non è un’isola separata dal mondo: è lo specchio della società, ma anche il luogo in cui quella società può essere cambiata.

Dobbiamo dirlo con chiarezza: la violenza non nasce dal nulla. Cresce nel silenzio, nella solitudine, nell’isolamento. Cresce quando ci si chiude in bolle che amplificano rabbia, paura e disprezzo. Cresce quando manca l’ascolto, quando ci si sente invisibili o non riconosciuti. Cresce quando i modelli che ci circondano — nei media, nei social, nel linguaggio pubblico — normalizzano l’aggressività, l’odio, la sopraffazione. Cresce, infine, in un tempo segnato anche da conflitti e guerre, che rendono la violenza qualcosa di apparentemente inevitabile.

Ma nulla di tutto questo la giustifica.

A voi, studentesse e studenti, voglio rivolgermi in modo diretto.

La differenza tra una comunità viva e una comunità fragile sta in ciò che ciascuno fa quando vede un’ingiustizia. Non basta non essere violenti. Non basta dire “io non c’entro”. La responsabilità di ciascuno inizia proprio nel momento in cui potrebbe voltarsi dall’altra parte.

Essere una comunità significa scegliere di non lasciare solo chi è in difficoltà. Significa intervenire, chiedere aiuto, prendere posizione. Significa rifiutare il linguaggio dell’odio, anche quando sembra “solo uno scherzo”. Significa avere il coraggio di stare dalla parte di chi è colpito, anche quando è scomodo.

La solidarietà non è un sentimento astratto: è un comportamento concreto. È uno sguardo che si accorge, una parola che difende, un gesto che interrompe la violenza.

A voi adulti — docenti, famiglie, personale — spetta una responsabilità altrettanto importante. I giovani osservano, ascoltano, apprendono. Non solo da ciò che diciamo, ma da come lo diciamo, da come affrontiamo i conflitti, da quali esempi offriamo ogni giorno. Se vogliamo una scuola non violenta, dobbiamo esserlo noi per primi, nel linguaggio, nelle relazioni, nelle scelte.

Questa lettera non è un atto formale. È un invito e una richiesta.

Impegniamoci insieme a costruire una scuola in cui nessuno resti solo.
Una scuola in cui la violenza non trovi spazio, né giustificazione, né indifferenza.
Una scuola in cui la forza non sia quella di colpire, ma quella di proteggere.

Da oggi, chiediamoci ogni giorno:

sto contribuendo a rendere questo luogo più sicuro, più giusto, più umano?

La risposta, per quanto piccola, è già un passo.

Il Dirigente Scolastico

Ultima revisione il 06-04-2026