4 Novembre: una riflessione di educazione civica
Care Studentesse, cari Studenti,
oggi vorrei iniziare dalla storia.
Nell'ottobre del 1921, nella basilica di Aquileia, furono allineate undici bare. Dentro c'erano undici soldati italiani caduti nella Prima guerra mondiale, di cui nessuno conosceva il nome. A una madre, Maria Bergamas, il cui figlio era scomparso al fronte e non era mai stato ritrovato, fu chiesto di scegliere una bara. Si fermò davanti a una, e cadde in ginocchio.
Quel soldato, il Milite Ignoto, fu portato a Roma in treno, e il 4 novembre 1921 fu sepolto all'Altare della Patria. Perché proprio lui? Perché poteva essere il figlio, il fratello, il padre di chiunque. Dietro quella tomba senza nome ci sono tutti i nomi che la guerra ha cancellato.
Che cosa ricordiamo oggi
Esattamente tre anni prima, il 4 novembre 1918, finiva per l'Italia la Prima guerra mondiale. L'armistizio di Villa Giusti, firmato il giorno precedente vicino a Padova tra l'Italia e l'Impero austro-ungarico, entrava in vigore. Quel giorno cessavano le ostilità sul fronte italiano, e il Bollettino della Vittoria del generale Armando Diaz annunciava la conclusione della guerra.
La Legge 1° marzo 2024, n. 27 ha istituito il 4 novembre come Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze armate.
È, prima di tutto, una giornata di memoria, ma è vissuta in modi diversi: c'è chi la sente come orgoglio, chi come dolore, chi soprattutto come richiamo alla pace. Tutte queste sensibilità, nel rispetto della Costituzione, possono convivere, e nessuna va derisa.
Ma perché "Unità nazionale" e "Forze armate"?
Con la conclusione della guerra, il Trentino, l'Alto Adige, il Goriziano e la Venezia Giulia entravano a far parte dell'Italia. Questo evento fu letto come il compimento del processo di unità nazionale iniziato con il Risorgimento e le tre guerre di indipendenza dell'Ottocento. Per le comunità che in quel momento entrarono nei confini italiani, e in particolare per molte di lingua tedesca o slovena, quella data ebbe però un significato diverso e non sempre lieto: ricordarlo fa parte di una memoria onesta.
Il ruolo delle Forze armate, in questo processo, fu duplice. L'inclusione dei nuovi territori fu ottenuta con la guerra, e quindi, anzitutto, con il sacrificio di vite umane inquadrate nell'esercito. Ma, soprattutto, per la prima volta uomini di tutte le regioni, con dialetti, condizioni e culture diverse, vissero insieme la stessa esperienza, nelle trincee. Nella memoria pubblica anche questo è stato letto come un momento di costruzione di un'identità comune, di una "unità nazionale", anche se pagata a carissimo prezzo.
In quella guerra morirono circa seicentocinquantamila militari italiani, in gran parte giovani, spesso poco più grandi di voi, molti arrivati dalle campagne, molti senza istruzione, tutti con una famiglia che li aspettava. E con loro morirono i soldati degli altri eserciti e moltissimi civili. Nelle città e nei paesi, spesso anche nei piccoli borghi, l'Italia è costellata di monumenti che, a differenza del Milite Ignoto, ricordano con nome e cognome i caduti di quelle comunità.
La scelta della Repubblica
Esattamente un anno fa, un messaggio commemorativo del Presidente della Repubblica, l'onorevole Sergio Mattarella, recitava: “La Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate che oggi celebriamo è momento di ricordo e di espressione della riconoscenza del Paese per quanto i cittadini in uniforme fecero, combattendo per fare dell’Italia una Nazione indipendente e libera, ispirata a valori democratici e di pace.[...]
In questa giornata, un commosso pensiero va a coloro che sono caduti, sacrificando le loro vite per l’Italia. È un sentimento che richiama soprattutto le giovani generazioni, affinché siano consapevoli della necessità di impegno a difesa dei valori della nostra Costituzione.”
È partendo da questi valori che dobbiamo ricordare come da quella memoria, e dalla memoria della Seconda guerra mondiale, nascano due scelte scritte nella nostra Costituzione.
L'articolo 11 dice: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo." Ripudiare: non è una parola neutra, è una parola forte, come si ripudia qualcosa che si rifiuta nel profondo.
L'articolo 52, invece, al primo comma afferma: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino." Come si onori questo dovere, con le armi, nelle missioni di pace, nel soccorso alla popolazione o nel servizio civile, è una questione che appartiene da sempre alla nostra vita democratica, e su cui è lecito, e anzi utile, discutere.
Difendere, a scuola
E allora ci chiediamo: in che modo, nella scuola, possiamo concretizzare, alla luce di questi due articoli, l'impegno a difesa dei valori della Costituzione richiamato dal Capo dello Stato?
Forse ricordando che "difendere" non significa soltanto essere pronti a combattere, ma anche essere al servizio della comunità, in particolare di chi è più in difficoltà.
I più deboli, in guerra, sono sempre i civili, i bambini, gli anziani, i feriti, i prigionieri. Oggi più che mai. Ed è per proteggere loro che esistono regole internazionali come le Convenzioni di Ginevra. Rispettare i diritti dei più fragili è la prova più concreta che una società ha scelto la pace.
La pace non comincia nelle grandi conferenze internazionali. Comincia nei corridoi, in classe, nei gruppi di messaggi, nel cortile. Comincia quando qualcuno si accorge del compagno rimasto solo e lo include. Comincia quando si sceglie di non ridere di chi è preso di mira, quando si ascolta invece di zittire, quando si difende chi non riesce a difendersi. Comincia nel volontariato civile.
Parlatene in classe con i vostri docenti, ponetevi domande, ascoltate anche chi la pensa diversamente da voi. È questo il modo in cui una scuola educa alla Costituzione.
Concludo con un augurio. Che questa giornata non sia solo un ricordo, ma un impegno. La pace non è soltanto assenza di guerra: è il rispetto che costruiamo ogni giorno, a partire da chi ci sta accanto.
Il Dirigente
Ultima revisione il 04-11-2026
